Valeria. ho sempre le mani fredde. vivo di musica e poco altro.
due volte al mese prendo treni per tornare a casa. mi piacciono i cambi di stagione, la radio come la facciamo noi, i difetti di pronuncia, i libri di Pier Vittorio Tondelli, gli abbracci dopo i concerti, le canzoni gridate in faccia al mondo nel cuore della notte. mi piace perdere ore di sonno e andare all'estero per mangiare cibi strani.
"tu mi dicevi da questa città ce ne dobbiamo andare tutti e due, e soprattutto io dicevi, un miliardo di bar, bar dappertutto, e camminando verso casa mia ero così allegro che ero sorpreso. la città era desertica, e non ci ricordavamo dove avevamo parcheggiato la nostra astronave con i pneumatici lisci.
ti ricordi delle sportellate sul cuore?
di certi cieli bianchi sproporzionati, e i tuoi occhi come certi cieli, neri, come i nostri vestiti. e dalla finestra del tredicesimo piano della casa popolare dove si è trasferita tua madre si vede tutta Ferrara, dal castello al grattacielo, e l’insegna luminosa dell’Ipercoop, delle luci enormi che ci sposavamo alla finestra come se fossimo a Las Vegas. e poi, e poi ci troveremo come le star nei peggiori bar a lavorare, o nell’autogrill di Ferrara Nord a dormire, e il treno regionale per Bologna sembrava la Transiberiana e tutti morivano sulla superstrada per il mare. ci cadevano in testa le stelle inchiodate male, chissà quando tornerà l’estate di tre anni fa, cercando con il metaldetector le catenine e i desideri sulle spiagge dei lidi ferraresi, e gli stessi tragitti, i cortei nei corridoi della casa dei tuoi genitori, e le bici rubate le coloreremo ancora di verde militare per nasconderci a scopare al parco Massari.
questa città non ci morirà tra le braccia.
il parcheggio dietro al petrolchimico, a tirarci dei calci e a tirarci dal naso i calcinacci e le sere, lavare il cielo con la candeggina perché fa buio presto, sputavamo delle stelle, dal terzo piano sull’hinterland ma era proprietà privata, era tutta proprietà privata. penso, pensa se adesso nevicasse, saremmo molto più tranquilli, in questa città che dicevi che ti sembrava un congelatore, questa città sotto il livello del mare, e i cubetti di porfido che ci sono in piazza li staccheremo uno ad uno per farci delle bancarelle di braccialetti, mi dicevi.
ce ne dobbiamo andare tutti e due, e soprattutto io, dicevi.
io ho scritto per terra col catrame che ti penso raramente, come back september, come quando ci svegliavamo in tre nel letto con le braccia informicolate, in piena pianura padana ma col fuso orario del Giappone ero un cameriere vestito bene, e quella casa ora è un cantiere, e non ci resta che scoppiare a ridere, a dirotto.
avevamo l’inesperienza necessaria per andarcene, avevamo l’inesperienza necessaria per andarcene, dicevi, e ce ne siamo andati tutti e due, e soprattutto tu.”
— Vasco Brondi

sono irrintracciabile ed è una condizione privilegiata anche se mi impedisce di condividere i colori del cielo al tramonto. 

"Londra non mi manca, ma Mark sì però… un pochino. Beh, forse un po’ più di un pochino, ma meno di quello che pensavo. Mi ha detto che se volevo andare all’università potevo andarci anche a Londra, che non c’era di tornare a casa. Quando io gli ho detto che campare coi soldi della borsa di studio non era facile da nessuna parte, ma che a Londra era impossibile, proprio matematicamente impossibile, lui mi ha risposto che guadagnava bene, e che ce la potevamo fare tranquillamente. Quando gli ho detto che non volevo fare la mantenuta, che non volevo fargli fare la parte del magnaccia con la sua puttana intellettuale, lui mi ha detto che le cose non stavano così. Insomma, io sono tornata, lui è rimasto, e direi che nessuno dei due è rimasto troppo deluso. Mark sa essere molto carino, ma sembra veramente che non ha bisogno di nessuno, lui. Siamo stati a abitare insieme per sei mesi, e ancora mi sembra di non conoscerlo veramente. Qualche volte penso che forse mi aspettavo troppo, e che non c’è poi tanto da trovare in lui, meno di quello che sembrava.”
— Irvine Welsh, Trainspotting

magari è che ci piacciamo, ma non ce lo diciamo.

mi hanno rubato il telefono insieme ai contanti e così mi sono ritrovata a cercare di fotografare tutto con la mente per non dimenticare nulla di quello che mi succedeva.
sono state belle giornate, giornate nelle quali ho conosciuto tantissime persone nuove e mi sono ricordata ancora una volta che aprirsi ai rapporti umani porta anche a conseguenze più o meno positive. io, con occhiaie profonde. ci si è baciati d’improvviso, era notte, in mezzo alla strada che tanto non c’era anima viva e le stelle in cielo chiudevano gli occhi. perché le cose non avevano poi troppo senso ed era tutto perlopiù confuso, complicato e alcolico. soprattutto alcolico.
però sorrido mentre ripenso alle mani scure, agli abbracci forti, alle finte timidezze, ai cocktail con due cannucce e alle mani nei capelli. sono l’emblema di ciò che sono le idee confuse. che poi di giorno pensavo ad altre persone e altre passioni e vivevo emozioni altalenanti, va tutto mediamente bene. tu fai delle granite coloratissime e sei spesso stanco. tutte le bevande che ci sono state offerte che è stata forse la settimana più malsana della mia vita. io, con le mani di giunco e la mia verginità. ricordo anche che di notte con la testa altrove guardavo i fulmini che riempivano l’orizzonte e pensavo che non ero nel posto giusto.
poi ho preso quest’autobus anche se non avevo un modo per essere contattata o per sapere che ore erano, non sapevo nemmeno che stavo arrivando in ritardo e non realizzavo il luogo dove stavo andando. ho visto il sole tramontare e poi sorgere la mattina dopo, pochi chilometri più in là in queste circostanze quasi assurde. la vista era annebbiata e anche se avevo gli occhiali non riuscivo a vedere i limiti dei numeri sui tabelloni degli orari dei treni e delle partenze.
e’ stato il concerto delle Luci della Centrale Elettrica più energico che io abbia mai visto, ma forse si trattava più che altro della musica che avevo dentro io. e il maglione di lana che tenevo stretto perché ero comunque logisticamente impreparata, senza il mio zaino nero sporco di fango e pieno di spille. le lacrime sfiorate all’inizio e il sorriso inevitabile alla fine.
siamo davvero finite a Venezia per sbaglio mentre quest’autobus sfrecciava sulla strada che sembrava infinita e il cielo che tramontava sulla laguna. io faticavo a stare ferma perché pensavo a Vasco e al libro che finalmente sono riuscita a dargli con un sorriso magari disegnato male, ma comunque un sorriso. ti ho lasciato anche un mio autoritratto. e parole come grandi e grazie ripetute un sacco di volte.
c’erano tantissime cose da raccontarsi che eravamo stracolme di energia davanti agli interminabili colori del cielo sopra le nostre teste e i parchi con l’erba alta dove abbiamo saltato i fossi per raggiungere l’entrata del festival. la luna alle sei del mattino splendete come non mai, le strisce che lasciano gli aerei in queste temperature gelide che almeno mi tenevano sveglia. ho dormito comunque un po’ appoggiata alle colonne della stazione che si è rivelata accogliente e piena di persone accampate qua e là, ci si è divertite a guardarsi attorno. erano sorrisi inevitabili, dicevo. abbiamo preso l’autobus alle 03:17 che a Venezia ci sono a tutte le ore e abbiamo pensato sarebbe stato bello andare in aeroporto a passare la notte. a piedi si può raggiungere tutto. ero accecata dal sole e dall’euforia che è un po’ la stessa cosa. poi ho pensato che potevo anche essere in un film perché era tutto perfetto.
la mattina sono arrivata giusto in tempo per la colazione con il battito cardiaco nuovamente accelerato dopo aver cambiato autobus in un posto a metà tra gli aerei che decollano e i cieli che non finiscono. ed ero anche vicina a casa tua anche se non avevo il modo di dirtelo. 
e comunque prima di questo ti avevo trovato in piazza mentre ascoltavi musica jazz che piace solo a te e ti ho messo la mano nei capelli perché sei tutto l’affetto del mondo per me. ed è significativo.
ho tralasciato tante altre cose come i lividi che mi sono ritrovata su tutto il corpo e la luce del mattino che vedevamo spesso. e le costruzioni con la carta.
poi quel ritratto bellissimo di Che Guevara sopra le nostre teste.

"Era sempre stato un debole, non era mai stato capace di affrontare le sue responsabilità, né di accettare la violenza delle sue emozioni.”
— Irvine Welsh, Trainspotting

Io vedo la radio come un media di estrema libertà, la vedo come il media più attaccato alla musica in maniera naturale, la radio non ha bisogno di forzature.
La musica per entrare in televisione ha bisogno di forzatura, ha bisogno di snaturarsi, ha bisogno di lasciare qualche cosa da parte, di diventare qualcos’altro. Invece nella radio la musica è libera, la radio è suono, è flusso, capisci, quindi io vedo la radio come un mezzo veramente di libertà assoluta; anche il fatto che io e te adesso non so da quanti minuti stiamo parlando di queste cose, magari se vuoi anche personali oppure anche noiose, perché non stiamo parlando di gossip per il mondo, non stiamo parlando di politica, non stiamo parlando di informazione, di flusso, di ciò che accendi nelle persone; stiamo parlando di un disco, di una cosa apparentemente inutile nel mondo nell’anno duemilaquattordici, di un disco di una band emergente, di una band che non conosce praticamente nessuno, capisci, è una cosa importante quella che si può fare e la si può fare soltanto sulla radio, in questa maniera. 
Quindi non è tanto quanto l’esperienza radiofonica influisca sulle canzoni, perché io vedo la radio come un gesto che dice suono quello che voglio e non potrebbe essere altrimenti, perché è questa l’intenzione, di poter esprimere e costruire dei percorsi in autonomia. Per quanto riguarda il gruppo è uguale, scriviamo della musica senza pensare al formato radiofonico, suoniamo della musica per il piacere di farlo con l’ambizione e la volontà di farlo al meglio possibile, perché di dischi inutili è già pieno il mondo, quindi non c’è bisogno di riempirlo con altri. Però piuttosto quello che mi ha insegnato la radio è proprio questo, a fare quello che ti sembra più giusto fare, a farlo perché alla fine la pratica è un suono.  

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