Valeria. ho sempre le mani fredde. vivo di musica e poco altro.
due volte al mese prendo treni per tornare a casa. mi piacciono i cambi di stagione, la radio come la facciamo noi, i difetti di pronuncia, i libri di Pier Vittorio Tondelli, gli abbracci dopo i concerti, le canzoni gridate in faccia al mondo nel cuore della notte. mi piace perdere ore di sonno e andare all'estero per mangiare cibi strani.
"i vivi si davano per vivi intensificando gesti.”
— Gilberto Centi
"Un libro è buono se la vitalità che hai dopo averlo letto è superiore a quella che avevi prima di leggerlo.”
— Federico Fiumani

Saltare i pasti, uscire senza gli ombrelli per raggiungere paesi di periferia dove si svolgono i meglio concerti. I timbri, gli adesivi, le persone poco loquaci e i la gente bella. Arrivare poi a realizzare che la persona sul palco è una persona reale, palpabile, fisica, e iniziare quel rito emotivo del concerto che ha forse qualcosa di assurdamente mistico. Sentirsi smuovere dentro e non riuscire nemmeno a trovare parole comparabili a quelle sensazioni, all’impossibilità di muoversi, alle mani strette vicino al posto convenzionale del cuore per cercare di proteggersi, di tutelarsi da tutte quelle emozioni momentanee. L’ombra di Vasco Brondi che si proietta sul muro, gigantesca come la sua musica, si dimena a pochi metri da noi, grida tutte quelle parole che ci colpiscono come ferite. E ti stringo la mano, non riesco a trattenere i sorrisi, non riesco a tenere gli occhi aperti, non riesco poi più a stare ferma. Le braccia che cercano i soffitti, come succede solo nei momento più belli. Come la valanga di ricordi che mi travolgono con certe canzoni, come le vibrazioni che colpiscono ogni centimetro dei nostri corpi. Se fossi più emotiva indubbiamente piangerei e forse mi sentirei più libera, ma anche così ogni cosa è come dovrebbe essere, come speravo, come aspettavo, come ricordavo. E come sempre vi auguriamo di correre, di dormire vestiti, di avere freddo ogni tanto e di fare quello che volete, fare quello che volete. Poi l’attesa, la voglia di dimostrare la mia gratitudine con un gesto simbolico che non c’è stato, il ritorno verso il parcheggio sotto la pioggia, non curanti, nonostante i piedi bagnati e le scarpe troppo consumate forse metafora di qualche altra cosa. Questo legame alle parole da cui non posso, non riesco a svincolarmi, grido, urlo, fiumi di parabole immense e abbracci siderali.
Avrei voluto, non ho potuto. Concerti come pretesto per far emergere le proprie interiorità sempre nascoste.
Tornare verso la città, l’autoradio, le conversazioni intavolate attorno alla musica, vicine all’aeroporto in piena notte e arrivare nel mio appartamento vuoto, sedersi a tavola per altre ore, scoprirsi davanti a qualcosa di caldo, poter andare avanti all’infinito e poi obbligarsi ad andare a dormire in tre in un letto che la sveglia è tra poche ore. Ma tanto poi l’adrenalina mi impedisce di prendere sonno e tirare le coperte per coprire occhi che faticano a contenere le emozioni ed essere svegliate dal vento e dall’odore di caffè. Provare gratitudine per tutto ciò che ti circonda, per tutto ciò che ti è capitato. 
Tornare a casa, quella vera, dopo tredici giorni di lontananza e aggiungere altro di cui smuovere i proprio sentimenti, poter andare avanti delle ore a cercare parole significative, ma sono ricerche forse vane, per me, per ora. Sono esausta e sconfinata.

dall’aprile duemilaquattordici non voglio altro, dovunque

"E’ strana questa propensione che abbiamo a immaginare le alternative, cambiando un dettaglio. A quel punto inventiamo un’entità responsabile del naufragio di un’ipotesi e la chiamiamo destino.”
— Fabrizio De Andrè e Alessandro Gennari, Un Destino Ridicolo

I film di Wes Anderson, le band punk statunitensi e il concerto delle Luci della centrale elettrica.
Sono giornate davvero molto belle, anche se poi non riesco a prendere sonno, anche se poi dormo sempre troppo poco. Sono lontana da casa da un po’ e mi sembra di riuscire ad avvicinarmi a quella bella idea che fa più o meno così: casa mia è dove lo decido io.
Le interviste che saltano per via delle sindromi influenzali, le persone di cui vorrei sapere ogni scorcio, il sole che passa attraverso le foglie degli alberi e illumina i volti. Mi piace che ho incrociato persone che hanno davvero prestato attenzione al mio nome mentre ci si presentava, mi piace che mi sento bene con la vita in comune e mi piace anche questa città che nasconde spesso eventi belli, basta sapere dove cercare. Andare in biblioteca per ascoltare le storie di persone mai viste prima, l’amore cieco, i pasti disordinati e poi rimango a dormire sul divano di casa tua. Camminiamo sempre moltissimo e cerco sempre più di scoprire ogni svincolo, di riuscire a orientarmi senza difficoltà in queste strade e di guardare alle altre persone con occhi meno scontrosi. Cerchiamo le costellazioni nei cieli, ci abbracciamo, le inquadrature simmetriche e quell’altro concetto che dice che per alcuni la vita è quella cosa che sta tra l’uscita di un film di Wes Anderson e l’altro. E i registi più bravi sono quelli che riescono a farti sentire la loro presenza, i registi più bravi sono Wes Anderson.
I racconti della gente che mi colpiscono, poco prima di salutarci, poco prima di iniziare a riporre moltissime aspettative in un concerto che farà dimenare la mia interiorità e tutti i miei ricordi tardo adolescenziali.

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